Come mosche nel miele è un romanzo di formazione in prima persona. Ho scelto di utilizzare il punto di vista della me stessa adolescente, in una Milano spietata dove tutto è a portata di mano, anche la morte: basta chiamarla. Un racconto lucido sulla ricerca spasmodica d’identità e sul desiderio di sparire, di autodistruggersi, per smettere di “sentire tutto così forte” e, finalmente, lenire la mente e i suoi pensieri ossessivi. Un romanzo il cui tentativo è quello di immergere il lettore in una cronaca quasi spietata, priva di sentimentalismi e di un pensiero “postumo”, per trascinarlo in un mondo di difficile comprensione sospendendo, per un momento, ogni giudizio.

COME MOSCHE NEL MIELE è tra i sei finalisti del Premio Wondy 2020 dedicato alla memoria di Francesca Del Rosso. 

Nel 2019 si è classificato nella terzina vincente del PREMIO SEVERINO CESARI.

Anni Novanta. In una Milano sporca e periferica, la giovanissima Francesca, mossa dalla voglia di trovare una propria identità, si lascia trascinare dalla musica, dall’alcol, dalle droghe. Entra in contatto e diviene parte integrante del Gruppo, una fluida rete fatta di personaggi borderline, tossici, scappati di casa, matti. Personaggi al limite in bilico fra l’amore per la vita e il desiderio di autodistruzione.

Credo che Come mosche nel miele sia un caso singolare nel panorama editoriale italiano odierno: questa è infatti, seppur un po’ romanzata, un’autobiografia. Mai avevo letto un libro dai contenuti così forti e sconvolgenti in cui l’autrice, con uno stile secco e diretto si spoglia, si mette completamente al servizio della sua scrittura. È un libro dalla disarmante sincerità che è pure meglio di tutti gli altri prodotti affini per argomento che la lettura mi ha suggerito: Trainspotting e I ragazzi dello zoo di Berlino sono i collegamenti facili; film di Claudio Calligari e il recente Anni Luce di Andrea Pomella (che tra l’altro ho letto poche settimane fa) quelli un po’ più ricercati. – Giovanni Belcuore @il.recensore.ignorante –

Si susseguono gli odori nella scrittura “fisica” di Tassini: sullo sfondo resta sempre un profumo d’infanzia che s’insinua nei racconti sporchi di fango e sangue, di catrame, urina e vodka. Un’infanzia che si vergogna dei suoi diritti, nascosti dietro sbronze precoci. Rinascere non significa solo riprendere possesso del proprio corpo dopo l’anestesia dei sensi, dopo l’avidità di autolesionismo. E’ accettare la paura senza più provare a ucciderla. Senza più lasciarsi uccidere.»  LA LETTURA, 27 gennaio 2019.

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