Una piccola raccolta di racconti brevi, scritti appositamente per questo sito e per il piacere della scrittura di genere.

 I GIOCHI DIMENTICATI

Francesca Tassini©

Erika guardò Laura infilare la piccola mano nella scatola di plastica, mischiando i pennarelli alla rinfusa – più per fare baccano che per scegliere un colore. A Erika piaceva quel suono. Le faceva venire in mente se stessa da piccola. Strano, non aveva mai avuto una scatola di pennarelli; era già una festa quando suo padre riusciva a portarle qualche foglio bianco dalla legatoria, dove lavorava come operaio a cottimo.

Laura scelse un pennarello senza cappuccio, di un verde acceso, che sollevò tronfia mostrandolo a Erika. La punta era scolorita, sfilacciata in più punti. Ma, appena la bambina l’ebbe posata e trascinata sul foglio, lasciò una scia piuttosto grossa che sembrò soddisfarla. Erika lo notò da quel modo che Laura aveva di schioccare la lingua, come se stesse approvando dentro la propria testa. Le fece una carezza. Dapprima la piccola sembrò non farci caso, poi guardò Erika dritta in quei suoi occhi chiari, liquidi, sorridendole brevemente. “Che meraviglia!” commentò Erika con troppa enfasi quando Laura alzò il foglio, mostrandole l’opera fatta in pochi secondi. Dalla linea verde ora partiva qualche cerchio sbilenco, che si andava a sviluppare in una forma vagamente concentrica.

A Erika piaceva guardare Laura disegnare. Era la sua gioia più grande, da quando la bambina era nata. Le stava seduta davanti, o di lato per non distrarla – a volte su una sedia, altre sul pavimento. La osservava senza fiatare, anche per ore. Talvolta le sembrava di udire i piccoli ingranaggi del suo cervello, di vedere le scosse che lo percorrevano a ogni pensiero e prima di qualsiasi azione.

Laura fece un ultimo scarabocchio a piè di pagina; la sua firma, come se fosse una pittrice famosa. Poi porse il foglio a Erika, che fece per prenderlo; ma le sfuggì di mano. Entrambe lo osservarono mentre ondeggiava un paio di volte prima di cadere sul parquet, lento, senza un rumore. Quella tonalità di verde era proprio bella, pensò Erika, e anche il dipinto stesso, seppur stilizzato, aveva un che di personale: un significato. Incredibile cosa una bambina di tre anni fosse in grado di inventarsi.

BZZZZZ. Il campanello di casa prese a suonare, facendo sobbalzare la donna. Laura non si mosse, concentrata su un nuovo foglio. Il campanello suonò ancora e ancora. Alla terza volta, alzò la testolina bionda guardando Erika con un’espressione interrogativa. Perché non andava ad aprire?

BZZZ BZZZ BZZZZZZ.

Laura stringeva il pennarello così forte che le nocche le diventarono quasi bianche. Erika lo notò e si alzò, chinandosi su di lei. Laura socchiuse le palpebre; il movimento di tulle del vestito di Erika, nell’abbassarsi, aveva smosso un venticello fresco. Le giunse quel suo odore acre, lo stesso delle foglie nel parco dopo che ha piovuto per giorni. Quando fu a un palmo dal suo viso, la piccola Laura percepì, sotto l’odore pungente di foglie bagnate, uno ancora più intenso. Le fece venire in mente quelle palline bianche che giacevano nei cassetti, in mezzo ai calzini piegati.

“Sssht” le sussurrò Erika, portandosi il dito alle labbra. Il suono del campanello si era fatto più pressante e continuo. Stava diventando intollerabile. Adesso Erika sembrava spaventata. La bambina prese a guardarla con una nota di curiosità: notò che la sua pelle, che già le aderiva alle ossa del viso al punto da mostrarne tutte le sporgenze, sembrava più tirata del solito; gli occhi, spalancati dalla paura, le prendevano metà viso.

BZZZZZZZZZZZZZ.

Il suono del campanello, dopo una breve pausa, giunse netto e si fece ancora più prolungato. Stavolta fu Laura a sobbalzare. Erika se ne accorse e si ricompose. Le sorrise in modo rassicurante, mostrando una fila di denti talmente chiari da sembrare azzurrini, affastellati uno sull’altro.

“Che ne dici se la lasciamo fuori per un po’… Se continuiamo a giocare io e te, solo per oggi?” chiese alla bambina.

Laura cambiò espressione. Sembrava inquieta, a disagio. Il campanello suonò ancora dieci, venti volte. Oltre la porta, una voce femminile gridava qualcosa, isterica: un nome. La porta prese a sbattere e a vibrare dietro un’infilata di pugni.

Laura guardò Erika per qualche secondo e, da lei, la porta, che tremava forte da far paura. Infine posò di nuovo lo sguardo sulla donna e annuì con decisione, anche se si sentiva un po’ in colpa a lasciare mamma fuori casa. Ma almeno la prossima volta le avrebbe creduto quando le raccontava della strana signora vestita di nero, che giocava con lei mentre mamma era fuori e che passava attraverso le pareti senza farsi male.

 FINE


LA STRANIERA

Francesca Tassini©

La mattina, Dorian si svegliò di buona lena, e subito andò a curiosare cosa la straniera stesse facendo nella stanza dei divani, dove l’aveva fatta accomodare. Pensava di trovarla addormentata, d’altronde il galletto non aveva ancora cantato; ma questo poteva essere segno d’altro. Forse alla fine anche il galletto, l’ultima bestiola che gli era rimasta, era morto stecchito. Ripensò al suo cavallo, alla lingua grossa quanto il palmo della sua mano, orrendamente srotolata all’infuori. Gli occhi dalle lunghe ciglia, vitrei, duri come quelli della trota quando li cavava per mangiarseli. Era poi stato il turno della pecora e dopo ancora del montone, tutti morti stecchiti, con quello sguardo di vetro che era lo stesso di quando erano vivi, pensò Dorian con tormento.

La straniera era arrivata la sera prima. Aveva lunghi capelli d’un biondo che sembrava grigio, da tanto luccicava alla luce della luna, con sfumature arancioni per via del riflesso della lampada esterna che Dorian aveva fatto montare l’inverno prima, quando le sue poche bestie avevano preso a morire senza alcun sintomo né preavviso.

Trovò la straniera già alzata, a specchiarsi seduta su uno degli ottomani. Aveva sopracciglia rade e se le stava strappando una a una. “Oh!” si lasciò scappare Dorian quando vide quello che gli sembrava uno scempio compiersi davanti ai suoi occhi, seppur nell’immagine capovolta di uno specchio – di cui non bisognerebbe mai fidarsi. Ma la straniera si voltò e gli sorrise. Poi si alzò, avvicinandosi a Dorian e porgendogli un cofanetto di legno semplice, non intarsiato, al cui interno – su una pezza di pelle – erano adagiate le proprie ciglia e, di fianco ad esse, altre ciglia, più lunghe e molto scure, nere quasi, come peli di animale – o di una vecchia donna.

La straniera ringraziò Dorian per l’ospitalità della notte passata. Disse che aveva fame; le sarebbe proprio piaciuto avere un po’ di quel galletto che aveva visto quand’era entrata, affacciandosi oltre la piccola recinzione. Sembrava lì lì per tirare le cuoia, aggiunse, forse era il caso che lo cucinassero per cena, prima che la morte se lo portasse via, riducendolo a un mucchietto di ossa e penne di cui non si poteva far più niente.

Dorian, che era generoso, dapprima non riuscì a dirle che il galletto dalle penne sparute era l’unica bestia che gli era rimasta in vita e che, perciò, non voleva sacrificarlo. Aveva già perso un cavallo, una pecora e un montone l’inverno scorso, questo le voleva dire. Uno ad uno se n’erano andati, senza neppure un lamento, rigidi, come già imbalsamati. La straniera non ne sapeva niente, ma gli lesse qualcosa negli occhi, un’esitazione. Allora si fece spiegare; ascoltò la sua storia e poi gli chiese come mai non avesse mangiato la carne dei suoi animali dopo che erano morti – per cause apparentemente naturali – ma invece li aveva lasciati a marcire sotto il sole e poi li aveva seppelliti. Dorian, sentendosi punto sul vivo, le raccontò per filo e per segno quanto era successo.

“Vedi”, le disse, “ho già perso tutta la mia famiglia, mia moglie e mia figlia, e il cavallo era il suo preferito e lo cavalcava sempre, che quando morì non ce la feci a mangiarlo, mi sembrava di mangiare la mia piccola Dorotea” disse l’uomo timidamente.

“E cosa è successo alla pecora?”. La pecora, disse Dorian… Ah, quella era l’animaletto prezioso della moglie. Ci faceva sciarpe, cappellini, ogni sorta di belle cose venivano fuori da quella bestia, senza che le dovesse fare alcun male o peggio ammazzarla, e ad ogni solstizio in casa c’era allegria, grazie alla pecora, e regali per tutti, confezionati dalle mani dell’amata moglie. La pecora valeva più da viva che da morta, questo era sicuro.

“E il montone? Che mi dici del montone? Perché non lo avete mangiato, dopo che ha tirato le cuoia?”. Eh, disse lui. Il montone era forte, mandava via tutte le altre bestie e le creature della notte, gli faceva da guardia contro le cose malvagie come – e più – di un cane di grossa taglia, e ancor più fedele, ma mai lascivo né sottomesso. Per questo lo amava tanto, che quando morì non se la sentì di mangiarselo. Era come uno di famiglia.

La straniera, con gentilezza, riprese dalle mani di Dorian il cofanetto di legno, che era ancora aperto. Ci sputò sopra e lo appoggiò sul davanzale della finestra, tirando appena la tenda perché l’aria non facesse seccare le ciglia, adagiate sulla pezza di pelle interna. Poi tornò a voltarsi verso l’onesto contadino che l’aveva salvata dal gelo della notte. “Posso chiederti, signore, di cosa sono morte tua moglie e tua figlia?”. Dorian mantenne lo sguardo vivo e attento, ma fu come se una nuvola spessa gli fosse passata davanti alla retina degli occhi, e lì si era posata.

“Le mie povere creature, mia figlia e la mia amatisdima moglie, sono morte di fame e di stenti”. La straniera annuì. “Ora, se mi permetti, posso apparecchiare la tavola e dividere con te il tuo galletto?”. Dorian ebbe un sussulto. Poi s’alzò. Andò nella recinzione, prese il galletto e gli torse il collo. Nel farlo, non provò alcuna pena, né rimorso. Il galletto aveva occhi vitrei che lo guardavano da morto allo stesso modo in cui lo guardavano da vivo, senza rimprovero. Quella sera, il galletto fu servito. Nella stanza della cena riecheggiarono risa, sommesse e docili, come da tempo non succedeva in quella casa.

La vecchia Signora, che aspettava dalla sera prima fuori dalla porta, ebbe di che girarsi sui tacchi e lasciare il villaggio, almeno per quella volta. Per Dorian non era ancora arrivato il momento di raggiungere moglie e figlia. Prima di andarsene, la vecchia Signora prese dal davanzale il cofanetto con le ciglia della straniera e quelle lunghe e nere, animalesche, che le stavano posate a fianco.

La straniera ripartì la mattina seguente. Prima dell’alba, Dorian aprì il baule dove sua moglie teneva le vecchie cose per fare la maglia. Ne tirò fuori gli occhi delle sue care bestie morte, conservati in un fazzoletto ricamato: quelli del cavallo, quelli della pecora e quelli del montone. Sembravano biglie, o cristalli che racchiudevano galassie, almeno per come lui le immaginava.

Prima di congedarsi dalla straniera, le porse qualcosa, dicendo che era un regalo per lei. Aveva inanellato gli occhi dei suoi animali in un modo così delizioso e sublime da farli sembrare pietre preziose. La straniera accettò il regalo e s’infilò la collana in tasca prima di partire. Quando fu a qualche centinaio di metri dalla casa del buon contadino, si voltò e lo vide sull’uscio. Le sembrò piccolo ma luminoso, proprio come la vecchia Signora gliel’aveva descritto.

FINE


Cover Image Copywright: John Kenn Mortensen