Dei suoi primi e finora unici nove anni di vita, Nikolaj conservava stralci di ricordi a compartimenti stagni, come tanti pacchetti da tenere chiusi e infiocchettati fino al momento opportuno, che lui immaginava sarebbe stato in vecchiaia. Tuffi di pancia dagli scogli di Ruskamen, il mondo sommerso dove nessuno lo cercava, i pesci neri che sgambettavano tra i ciottoli del fondale e, unico ricordo dell’inverno, le lunghe partite a biglie con l’amico Rudy.

In realta’, e lo sapeva fin troppo bene, questi erano i ricordi selezionati, quelli che aveva scelto tra tanti, come cartoline appiccicate su un immaginario album dal titolo “Infanzia di Nikolaj. Aneddoti e curiosita’, a cura di Nikolaj D”. Per questo, nella sua mente, prendevano la forma del fermo-immagine, come tante polaroid. Se avesse voluto fare un resoconto onesto e veritiero dei suoi primi nove anni di vita, Nikolaj avrebbe optato per un vecchio album di foto scolorite, un blocco galleggiante e monolitico di giornate tutte uguali, anche un po’ noiose. Tiro’ fuori la testa dall’acqua, sputando a fontanella come un leone marino. Il mare era proprio il suo elemento, penso’ tra se’ e se’. In mare si sentiva agile come un pesce, i chili si annichilivano, non sentiva il corpo rotondetto come un pesante intralcio. Eppure, quell’anno, qualcosa non gli tornava. Non era a suo agio come l’estate passata.

Guardandosi attorno sulla spiaggia di ciottoli, fu colto d’improvviso da una sorta di rivelazione: si trattava di lui. Della sua nudita’. Non che fosse poi così cambiato dall’anno prima, fisicamente parlando. E in fondo, dodici mesi solari – undici per l’esattezza – che differenza potevano fare? Eppure, dovette constatare che gli unici due bambini nudi oltre a lui avevano si’ e no cinque anni.  La testa che sbucava dall’acqua, comincio’ a roteare gli occhi con la stessa lentezza drogata di un camaleonte. Ecco! Quel bambino intento a rovesciare i polmoni nella bocchetta del materassino gonfiabile doveva avere all’incirca la sua eta’… Boxer. Indossava boxer blu con una seria, pacata e un po’ triste striscia rossa sul bordo. Dunque, forse a nove anni non si aveva più l’età per andarsene in giro per la spiaggia sventolando il pisellino. Quello sarebbe stato un altro dei ricordi da impacchettare per futura memoria, penso’: il momento in cui ci si rende conto di valere qualcosa agli occhi degli altri perche’ il tuo corpo suscita desiderio, o imbarazzo.  Che poi sono la stessa cosa.

II.

Dorotea guardava il piccolo dei suoi due figli intento a esplorare il fondale marino con una maschera dai bordi color giallo fosforescente. Sul pelo dell’acqua, il suo culetto rotondo e sodo emergeva con perfezione imbarazzante, scatenando in lei un duplice sentimento: l’irresistibile voglia di morderlo, come quando aveva pochi mesi (o forse fino a un paio di anni prima, a ben pensarci) e, dall’altra, un fastidio strisciante che le irritava il colon. Quel suo bambino un poco idiota, diciamolo pure, con la sua fissa per i pesci e le creature marine, non si rendeva conto di non avere più l’eta’ per andarsene a zonzo con le chiappette al vento? Per di più cosi’ succose e invitanti, al contrario del resto del corpo, dal visetto con gli occhi piccoli al pisellino minuscolo?  Forse, dopotutto era colpa di Dorotea. Non era questa, forse, una di quelle cose che una mamma dovrebbe dire a suo figlio? Appena uscito dall’acqua, gli avrebbe allungato gli slip. Poi gli avrebbe detto che con quel sole rischiava di bruciarsi il ‘fringuello’, come lo chiamavano tra loro, tanto per fingere una certa intimita’. Lui si sarebbe messo paura e non avrebbe mai piu’ tolto gli slip al mare. E’ cosi’ che fanno i genitori coscienziosi per insegnare qualcosa ai figli. La verita’ fa piu’ male e spesso non e’ utile allo scopo, mentre una piccola bugia fa ottenere il risultato desiderato. Dorotea bevve un sorso di birra tiepida e annui’ compiaciuta tra se’, come per dare enfasi alla propria considerazione. Non e’ poi così difficile essere genitori. Chi le irritava definitivamente il colon non era Nikolaj, ma il figlio maggiore. Guardalo li’. Anche stavolta, stessa storia. Dieci minuti in bagno ed eccolo, di nuovo che esce con le spalle chiazzate di rosso, penso’ Dorotea seguendo il figlio maggiore con lo sguardo. Questa proprio non se la spiegava. Cosa fara’ in bagno, che ogni volta sembra sia stato aggredito alle spalle da una mandria di scoiattoli?
Il bello e’ che non succedeva solo da quando erano arrivati li’ per le vacanze, al ‘camping Danijel, bungalow con vista mare’. Durava da un paio di mesi,  questa storiaccia. E come si faceva a capire cosa ci stesse dietro? Cosa dovrebbe fare in questi casi una buona madre? Non ci si vedeva proprio, Dorotea, a parlarne con un’amica davanti al te’ delle 5, le gambe incrociate e il culone appoggiato sul bordo del divano, per darsi un’aria dimessa – che’ non ci si racconta i problemi sprofondati sul divano, si da’ l’idea di essere tronfi e non sta bene. E’ evidente cosa avrebbe pensato l’amica, sorseggiando timidamente il te’, ammesso che Dorotea avesse avuto un’amica con cui bere te’ alle cinque chiacchierando del figlio sedicenne. Avrebbe pensato, l’amica, che si trattasse di una qualche pratica di autoerotismo. Di una qualche perversione. E che cos’altro senno’? Mio Dio. Dorotea mica pensava questo, però aveva letto su qualche rivista seria di psicologia – o forse era solo la rubrica di psicologia della sua rivista preferita, che è durante l’adolescenza che possono venire fuori le perversioni: pedofilia, sadomasochismo, omosessualità.
Eccola, la parola. E’ quella li’, la seconda, che non le veniva in mente. Gesù. Per un attimo, Dorotea immagino’ suo figlio maggiore Azur chiuso nel gabinetto del Camping Danijel, bungalow con vista mare. Le sembro’ quasi di vederlo: il volto paonazzo mentre si fustiga ripetutamente la schiena, oppure no, se la raschia contro il muro ruvido appena intonacato, e intanto gode. Che cosa orribile. Oh, ma che sciocchezza. Dei due figli, Azur in fondo e’ sempre stato il più sveglio. Un ragazzo brillante, ha detto il professore di economia. Pochi grilli per la testa, uno studente attento, aveva detto. E’ quell’altro figlio, che l’avrebbe dovuta preoccupare. Il piccolo Nikolaj. Adesso è uscito dall’acqua e se ne sta in piedi, ritto come il tronco di una sequoia, a guardarsi intorno come un bigne’ ripieno. Cielo, che aria stupida. “Nikolaj! Vieni qui un momento!” urlo’ Dorotea dal patio del bungalow, senza alzarsi dalla sdraio.

“Chissa’ quanto sono voluminosi i miei ricordi. Se si potessero misurare, dico”, pensò Nikolaj mentre arrancava fuori dall’acqua, facendo sciaf sciaf con le ciabattine in plastica forate.
Si guardo’ attorno. Questa storia dei ricordi lo stava prendendo bene. Osservo’ il mare, dritto e fiero come il capitano di un vascello. Per un istante dimentico’ di avere di fuori il ‘fringuello’. Il suo corpo era sparito, si era fatto tutto pensiero. “Chissa’ se tutti i miei ricordi fossero all’improvviso solidi… Chissa’ se allora coprirebbero per intero il volume del mare. Lo potrebbero riempire in lungo e in largo. Forse i miei ricordi non sono abbastanza, peo’. Ma quelli del vecchio laggiu’, penso di si’, il mare lo riempiono, quelli”.

“Nikolaj! Vieni qui un momento!”.

“La mamma. Corro. I suoi, di ricordi, non riempirebbero neanche un laghetto di montagna” penso’ con un leggero rimorso.

III.

Andrea butto’ giu’ l’ultimo sorso del suo brandy senza ghiaccio. Non gli era mai piaciuto granche’ il brandy, ma gli conferiva un’aria da lupo di mare. Gli piaceva ascoltarsi ordinarlo al bancone dei bar di porto.
“Brandy, senza ghiaccio!”. Oppure “Brandy, without ice” a seconda del caso. C’era un modo per dire ‘liscio’ in inglese, ma non c’era verso che se lo ricordasse. Fanculo, era italiano lui, già era tanto se si sforzava di parlare un’altra lingua. In verita’, il serbo-croato sarebbe stata la sua seconda lingua, visto che sua madre era proprio di quei posti. La ex-Jugoslavia, come la chiamava lei, con una punta di nostalgia per l’epoca di Tito. Pero’ il brandy senza ghiaccio in serbo- croato non lo sapeva ordinare.

Un boato si scagliò contro la finestra, facendo rimbalzare i pensieri di Andrea alla Sommer Wind. La sua barca. Che d’improvviso immagio’ sola e indifesa, con i due alberi in balìa dei venti e delle onde. Si chiamava ‘Sommer’, con la O invece della U, un errore di ortografia dell’ex proprietario. Andrea si crogiolò nella particella ‘ex’, il cui implicito significava una cosa precisa: che adesso era lui, Andrea, il proprietario di quella barca a vela che tanto aveva inseguito, tra la Spagna e la Turchia, poiche’ il proprietario, anzi l’ex proprietario appunto, era un crucco dell’Est, di quelli tosti. Ci aveva passato un paio di giorni, Andrea, con questo tedesco nostalgico e con ogni probabilita’ un bel po’ fottuto di testa, per sbrigare i passaggi di proprieta’.  Il vecchio aveva uno spiccato senso della burocrazia da buon cittadino della ex Germania dell’Est, peccato che questo zelo non corrispondesse anche a un innato ordine delle cose. Rudger, così si chiamava, aveva vissuto vent’anni in estate sulla ‘Sommer Wind’ con la moglie, accumulando oggetti di ogni ordine e sorta. La barca ne era letteralmente zeppa. Le cose erano stipate ovunque ci fosse un buco, una fessura storta, un appiglio. Almeno tre copie per ciascun oggetto e, nonostante l’accumulo endogeno, che ad Andrea faceva pensare ai componenti di una bomba chimica, il vecchio – gli aveva raccontato – sapeva esattamente dove trovare qualsiasi oggetto gli venisse in mente.

Un’altra folata sembo’ tagliare il vetro della finestra, aperta solo di una fessura. Il locale era calmo e silenzioso e la cameriera parve non accorgersi del vento che stava cambiando, o forse non le importava granche’. Andrea ripenso’ con un brivido allo scricchiolio dei suoi piedi nudi sul pavimento in legno della cambusa. La Sommer Wind era piena di rumori, e dopo solo due settimane che era sua, poteva gia’ mapparli da cima a fondo. Se fosse stato un bravo narratore avrebbe trovato una definizione esatta e calzante per descrivere ognuno di essi. Prima o poi l’avrebbe fatto. “Chissa’ dov’e’ Filo” penso’, soffermandosi a guardare una mosca che si era tuffata proprio nell’ultimo sorso del suo brandy. Sbatteva le zampette, frenetica, le ali inzuppate d’alcol. “Che ti lagni a fare?” le disse, portandosi il bicchiere alla bocca per far arrivare all’insetto la propria voce amplificata. “Ti è capitata la migliore delle morti”. Senza finire il drink, si alo’ e pago’ il conto. Mentre s’incamminava verso il porto, un paio di folate lo riportarono a una lucidita’ quasi piacevole. Si strinse nel k-way lucido. “Non mi potevi far bere ancora un po’? ” disse a fior di labbra, rivolto al vento. Era freddo, di certo non si trattava di scirocco. “Il vento arriva e se ne va quando vuole. E’ una mignotta, il vento” penso’, dispiacendosi poi per aver partorito un concetto tanto banale. Non sarebbe mai diventato uno scrittore.

IV.

Filo aveva deciso che fosse un ottimo momento per tagliarsi le unghie dei piedi.
Sdraiato sul letto poteva scorgere, sotto le lenzuola, le forme sinuose della ragazza con cui aveva appena fatto sesso; a ben guardare, non doveva avere piu’ di diciassette anni. Mentre era chino a lavorarsi le dita, che dopo tre mesi in mare avevano proprio bisogno di qualche cura, arrivo’ una delle sue fitte. Stavolta non gli concesse avvisaglie, niente anticipi: una scudisciata improvvisa al bassoventre e quella breve scarica elettrica, immediata, che aveva ormai imparato non solo a tollerare ma ad amare, come l’effetto di una droga. I muscoli che si rilassano, il dolore che evapora in un formicolio… Gli facevano venire in mente la leggiadria scoppiettante delle stelline incandescenti con cui, da bambino, festeggiava l’arrivo dell’anno nuovo. Aspetta, forse non era lui, che festeggiava così il capodanno. Non era sua figlia?

Sì, la sua bambina. L’aveva vista una o due volte lo scorso anno. In effetti, quando lui era piccolo, le stelline di capodanno non erano ancora state inventate, o almeno da lui non le vendevano. Questo pensiero lo turbo’ a latere del cervello. Gli succedeva sempre cosi’, quando aveva una preoccupazione più grande: un altro pensiero, piccolo e insulso ma non meno molesto, lo pizzicava a un angolo della testa. Il formicolio poi cesso’, lasciandogli dentro un abisso. Riconosceva quella sensazione, la strana e dolce nausea, il senso di svogliatezza e quel leggero giramento di testa: da troppo tempo era giu’ dalla barca. Lontano dal mare. Che, a dire il vero, si trovava solo a un isolato dalla scarna pensione dove il tempo si era fermato, un attimo prima, tra le cosce di Ludi. “Sono tre ore che non mi faccio vedere alla Sommer. Il capitano sara’ già rientrato… Domani si salpa presto”. Raccolse mutande e vestiti. La nausea si condenso’ in un conato di vomito, abortito sul nascere. “Cazzo di mal di terra” disse, scatarrando nel lavandino, che non doveva vedere l’ombra di un detergente da parecchio tempo a giudicare dai peli incrostati nelle chiazze di sapone e di dentifricio. Il vento smosse le imposte della finestrella a forma di oblò, come quelle delle navi da crociera. La pensione era frequentata per lo più da prostitute e uomini di mare, come lui, e il direttore – ammesso che ve ne fosse uno – doveva aver pensato che fosse un’idea carina ricavare delle finestrelle a forma di oblo’. I marinai si sarebbero sentiti un po’ più a casa e forse avrebbero sofferto meno la lontananza dall’oceano.  “Stronzate, bell’e buone. E’ lo sciabordio e il trambusto e il cullare e l’ondeggiare dolce e violento, ma soprattutto incessante del mare a mancare fino a togliere il respiro. A ingabbiarlo, il respiro, nella cassa toracica” Filo sentì il vento, fuori. “Il vento e’ mia moglie”, gli venne da pensare e subito dopo sputo’ in terra. Come una moglie, il vento lo richiamava a se’, quando lui aveva gia’ fatto con una qualsiasi puttana, nera, bianca o gialla, in ogni parte della Terra. Gli ricordava da dove veniva e dove sarebbe dovuto tornare. Inevitabilmente.

V.

Dorotea era orgogliosa del suo bungalow. Non solo era vista mare, ma vantava un’ottima posizione per controllare le mosse di tutti i campeggiatori, degli altri bungalow e delle tende poco piu’ sotto.
 Non era questione di farsi gli affari degli altri, come le diceva spesso il marito Erik, quanto di sorvegliare che tutto andasse come doveva andare. E come doveva andare era appannaggio suo, di Dorotea. Ad esempio, da li’ poteva verificare che non scoppiassero incendi; Dorotea teneva d’occhio le coppiette e stava alzata la notte finche’ ogni brace dei loro stupidi barbecue non si fosse spenta, spesso ben oltre i piccioncini stessi, che con la pancia piena si dimenticavano della natura e inforcavano la tenda per avvinghiarsi tra loro come koala. Dorotea non era un’impicciona, tutt’altro: non andava di certo a seccare nessuno, ricordando che le grigliate non andrebbero fatte in mezzo ad una pineta, specie se in mezzo alla pineta in questione ci dormono famiglie intere ignare e beate. Si limitava ad aspettare, lei: sorvegliava, appunto. 
Avrebbero dovuto ringraziarla, anzi tutti i capi-campeggio del mondo non avrebbero avuto che da desiderarla, una campeggiatrice attenta come lei, Dorotea. Ad ogni modo, il bungalow che quest’anno le era stato assegnato era in assoluto il migliore di sempre, e Dorotea in cuor suo sapeva bene che quella scelta – di assegnare proprio quel bungalow a lei e alla sua famiglia – altro non era se non un riconoscimento, un premio.
 Era poco piu’ in alto degli altri, in posizione leggermente decentrata; e anche se si trattava di una semplice casupola in legno, dipinta di blu mare e con le finestre incorniciate rosso corallo e, dentro, due stanzette e un cucinotto e niente pu’, Dorotea lo trovava grazioso e confortevole. Sì, confortevole era il termine appropriato. Un aggettivo che, solo pochi anni prima, avrebbe trovato pretenzioso e snob, e di cui invece adesso cominciava ad apprezzare tutta l’intrinseca valenza; un termine da persone mature, sicure di se’ stesse, che non devono dimostrare niente a nessuno.

Dall’alto del suo bungalow, appollaiata su uno sgabello richiudibile, Dorotea sgranocchiava semi di girasole, mentre corpo e mente si protraevano all’unisono in una direzione.
 L’aveva vista arrivare, con la sua falcata semplice ed evidente; appresso, a due passi da lei, il suo bambino. La ragazza sconosciuta aveva steso il telo che, con un gesto unico e preciso, anche se casuale nelle intenzioni, si era adagiato dritto sulla riva ciottolosa della spiaggia, a pochi centimetri dal bagnasciuga. Il bambino indossava un cappellino con visiera e stringeva orgoglioso il materassino di Spider Man, leggermente sgonfio.
 Era da qualche giorno che Dorotea la osservava. Non l’aveva mai vista prima, al campeggio. La ragazza aveva si’ e no trent’anni ed era bellissima, di una bellezza ancora fanciullesca; alta piu’ del normale, con grossi arti un po’ sgraziati ma non per questo meno privi di fascino. Il naso a punta e le labbra un poco carnose, morbide, schiuse in un’infinita’ di domande mai pronunciate, le davano un’aria assorta e leggera al tempo stesso. Suo figlio doveva avere all’incirca otto anni, come Nikolaj, ed era simile a lei nell’aspetto, la sua copia in miniatura. Aveva lineamenti aggraziati ed eterei, ma al contempo terreni, come se avesse gia’ avuto una rapida infarinatura delle brutture del mondo.
 Sembrano una cosa sola, pensò Dorotea con un brivido. Ed era cosi’; parevano un unico essere diviso in due. Come due eroi, meravigliosi e sfuggenti. Forti l’uno dell’altra, e proprio per questo destinati ciascuno all’incompletezza.
 E’ questo lo sguardo che hanno le ragazze-madri e i loro figli, penso’, e ne fu certa. Un misto di disperazione e di forza. E si senti’ avvampare d’odio e d’invidia. Perche’ lei, Dorotea, se fosse stata un uomo, un uomo come dio comanda, non come quel floscio di Erik, si sarebbe completamente innamorata di quelle due creature, non avrebbe desiderato altro che proteggerle e amarle. Trovo’ questo pensiero talmente sensuale che le si accartocciarono le budella. E desidero’ così forte di essere amata a quel modo da un uomo che fantastico’ di essere quella ragazza, una madre sola col suo bambino bello da morire, perche’ belli non si nasce ma lo si puo’ diventare quasi subito, nei primi anni, e allora lo si e’, belli, nel profondo. E questo era talmente evidente ai suoi occhi da farle odiare se stessa e suo marito e i suoi due insignificanti figli.

Tutti questi pensieri, Dorotea lo sapeva, erano quelli di una perfetta misantropa. Aveva letto – nella solita rubrica di psicologia – di questo “senso di odio e di sfiducia che taluni nutrono nei confronti del genere umanoe si riconosceva in pieno nella definizione. Solo su una cosa si era trovata per la prima volta in disaccordo con la nota psichiatra; quando scriveva della misantropia come di una caratteristica eminentemente maschile. Non trovava per niente giusto, Dorotea, che l’uomo – piu’ della donna – avesse il diritto di odiare il genere umano, come se alla donna fossero riservati soltanto i sentimenti di empatia e altruismo legati all’istinto di maternita’, o all’opposto i tratti isterici della donna in carriera che ha sostituito il lavoro agli affetti. Ecco, questo tipo di equazioni le faceva venir voglia di strappare quel cazzo di giornaletto e di darsi a letture piu’ impegnate, un grande romanzo classico ad esempio, per mostrare a se stessa che valeva di piu’ che una semplice formula matematica, inventata da una presuntuosa psicanalista che scrive la posta del cuore su una rivista per casalinghe. Dorotea era certa di aver incontrato, in vita sua, molti piu’ misantropi tra le donne che tra gli uomini.
 L’istinto di maternita’, poi, a lei non l’aveva sfiorata nemmeno. Quando era nato Azur, i primi anni aveva odiato i suoi risvegli appiccicosi e incerti, quando – dalla culla o dal lettino – apriva gli occhi e si guardava attorno smarrito, cercando con disperazione appigli alla realta’, conferme da mettere a fuoco: la mia manina, il mio biberon, mamma, papa’, cacca. Dorotea assisteva immobile a quei momenti di estrema angoscia, da lontano, appiattita sullo stipite, cercando di non entrare nel campo visivo del bambino. L’idea che, se lui l’avesse vista, si sarebbe acquietato, l’idea insomma di veder spuntare sulle sue piccole labbra quel sorriso che significava una cosa sola, e cioe’ che quel minuscolo essere riponeva in lei, Dorotea, tutta la sua vita, la gettava in un’ansia senza fondo.

VI.

Avrebbe voluto nuotare ancora un po’, e ad ogni modo non capiva perche’ non fosse suo fratello Azur a sbaccellare i fagioli, tanto piu’ che era lui quello grande.
 Nikolaj cercava di copiare i gesti del padre, svelti e precisi, ma proprio non gli veniva cosi’ facile. Ogni volta che suo padre cacciava il pollice nel baccello, questo si apriva automaticamente, sputando uno a uno i borlotti che, cadendo nella pentola, creavano una cacofonia rassicurante e allegra. Nikolaj si perse di nuovo nei suoi pensieri sui ricordi e le incredibili capacita’ della memoria. Com’e’ possibile, pensava ora, che una cosa cosi’ piccola come il cervello si riempia di una quantita’ tanto enorme di cose? E che li tenga fermi li’, inscatolati come sardine, e magari anni e anni dopo che ti succede una tal cosa o che senti una tal canzone alla radio… Ecco che il ricordo viene fuori, ecco che il cervello seleziona proprio quel ricordo e quella canzone che avevi completamente dimenticato, e all’improvviso rivedi tutto cosi’ chiaramente.
 Gli era successo un paio di settimane prima, con la sigla di un cartone animato che guardava quando era piccolo. Gli erano bastate le prime note e via, subito a cantare tutto il testo preciso identico all’originale, come se l’avesse fatto tutti i giorni della sua vita. Invece lui, quel cartone animato, manco se lo ricordava. Non gli veniva in mente nemmeno una puntata, eppure quella canzoncina la ricordava a memoria piu’ delle poesie imparate a scuola qualche mese prima.

Fino a qualche anno prima, Erik amava l’estate. Gli piaceva il mare della Grecia, quella sabbia finissima con cui giocava per ore con i figli ancora piccoli. I castelli non li aveva mai saputi fare, ma qualche costruzione riusciva a metterla insieme, usando il secchiello come stampo. A quei tempi, qualsiasi cosa facesse, i suoi bambini la trovavano meravigliosa, sbalorditiva. Soprattutto per questo gli piaceva essere diventato papa’. Quando sono piccoli, i figli vedono in te una specie di mago tuttofare, in definitiva non giudicano le tue capacita’. E’ quando cominciano a crescere che si aspettano qualcosa in piu’, quel qualcosa che spesso non sei capace di dargli. E lo sguardo di muta delusione nei loro occhi e’ qualcosa a cui non ci si abitua, penso’. Quest’anno, Erik non vedeva l’ora che l’estate finisse per tornare alle sue lezioni. Non che con gli alunni fosse più semplice, anzi; i ragazzi sanno essere spietati, e succhiano energia fino al midollo. Ma come professore si era sempre sentito adeguato, piu’ che come padre. A lui, la spiaggia di ciottoli della Croazia non era mai piaciuta. Scomoda per qualsiasi cosa, perfino per stare sdraiato a leggere. E poi i figli si erano fatti grandi, non li capiva piu’. A volte si sforzava di entrare nella testa del grande, Azur, di leggere tra le righe scrutando le sue espressioni vacue, trattenute. Con gli anni proprio lui, il piu’ grande, che dei due era quello che prometteva meglio, si era pian piano svuotato, afflosciato come un palloncino sempre piu’ sgonfio. Erik non trovava nulla d’interessante nel suo sguardo. Il temperamento di Azur gli sembrava tiepido come una minestrina scaldata.
 Il piccolo, invece, aveva un’aria furba e ogni tanto sfornava dei pensieri arguti che lo facevano letteralmente piegare dal ridere. Chissa’ cosa ne sarebbe venuto fuori, se una specie di genio o un adulto un po’ toccato.

Aveva già steso il programma didattico per l’anno a venire e ne era cosi’ fiero che avrebbe voluto catapultarsi in classe in quel preciso istante. I ragazzi avrebbero borbottato per alcune letture, come Anna Karenina, ma poi ne sarebbero stati rapiti e forse, da grande, qualcuno l’avrebbe ricordato come il miglior professore che avesse mai avuto.
 Il pollice di Erik affondo’ in qualcosa di molle. La coda di un baccello era marcia e un paio di fagiolini avevano preso il colore delle carrube. Con un gesto li getto’ a un paio di metri lontano dal bungalow, quasi colpendo le caviglie di un ragazzetto che passava di li’.
 Il bimbetto sollevo’ lo sguardo su di lui, fermandosi un secondo a guardarlo, severo, mentre l’amico, un altro ragazzino dalla pelle chiara sui dieci o dodici anni, proseguiva zampettando oltre la discesa. Erik accenno’ un gesto di scuse, che trovo’ subito dopo spropositato. Quando sei un adulto, i bambini si aspettano un po’ di autorevolezza, anche nel domandare scusa.
 Quel ragazzetto, il fulmine che gli scorse a bruciapelo nello sguardo, avevano qualcosa di spiazzante. Sconvolgente fu il termine che affioro’ alla mente di Erik, cosi’ violento da fermarsi a fior di labbra. Il ragazzino non gli concesse un istante di piu’ per affondare in quegli occhi arabi e profondi che aveva. Volto’ il capo con uno scintillio di riccioli bagnati di acqua marina e saltello’ giù per la discesa, con un’eleganza adulta e capace, come di gazzella. Fu allora che l’occhio di Erik cadde sul suo sedere tondo e stagno, color del bronzo. Un brivido gli corse giu’ per la schiena, per poi risalire in forma di calda vampata, lasciandogli sulla lingua il sapore di una frustata metallica.
 Questa sensazione lo lascio’ sgomento. Resto’ immobile, gli arti pesanti come se il sangue fosse defluito tutto li’, in piedi, gambe e mani. Non era certo uno di quei vecchi a cui piacciono i bambini, lui. A dirla tutta era anche la prima volta che pensava se stesso come un vecchio, e la cosa non lo fece che sentire peggio. 
La spiacevole sensazione, comunque, non durò a lungo, perche’ Erik di poche cose era certo, e una di queste era che non c’è niente di anormale nel provare attrazione fisica verso il bello: qualunque forma, aspetto o eta’ esso incarni. Quel tripudio di sederi tesi e sferici che correvano da tutte le parti tra il camping e la spiaggia lo rendeva semplicemente felice, e cosa c’e’ di sbagliato nel sentirsi felici? Lui un bambino non l’avrebbe mai toccato. Solo l’idea lo disgustava. Tra il provare attrazione fisica verso un’eta’ cosi’ inafferrabile ed eroica come quella infantile e pensare di adescare coscientemente un bambino, spogliarlo, sentirlo tra le tue braccia, c’e’ un abisso. Erik sorrise e un attimo dopo si accorse che suo figlio Azur stava camminando nella sua direzione. Noto’ subito le chiazze rosse sulle spalle.
 Il ragazzo si avvicino’, lasciandosi sedere su uno sgabello, con gesti docili e sgraziati.
 Da grande sara’ uno di quegli uomini che chiedono il permesso per ogni cosa. Che ringraziano con enormi sorrisi le auto che li fanno passare sulle strisce, penso’ Erik con fastidio. Odiava quel genere di persone. Quelli che si sentono cosi’ superflui da credere che un automobilista gli faccia una cortesia a fermarsi sulle strisce pedonali per farli passare, anziche’ tirarli sotto.

Il piccolo Nikolaj balzo’ ritto in piedi, saltando dalla sedia e gonfiando il petto in modo buffo. “Vado giu’ al mare!” urlo’ tronfio, con un tono che non ammetteva repliche. Aveva finito tutti i suoi baccelli.
  A Erik torno’ il buonumore. Annui’ con un che di teatrale, fiero di quell’inaspettato recupero di autorevolezza da buon genitore. Lo vide zampettare giu’ per la discesa come aveva appena fatto il ragazzino di prima. Nikolaj si trovava gia’ a una cinquantina di metri quando, alle spalle, lo raggiunse la voce del padre. «Non dimenticarti di mettere il costume!». C’e’ brutta gente in giro, penso’ Erik. Brutta gente.

VII.

Il primo ad arrivare alla barca fu Andrea. La cosa lo riempi’ d’orgoglio; non era un mistero che tra lui e Filo era quest’ultimo il vero lupo di mare, nonostante sulla Sommer Wind il ruolo di capitano fosse a tutti gli effetti di Andrea. Filo era piu’ anziano, ma anche molto piu’ affascinante; vuoi per gli occhi azzurri e le lunghe ciglia nere, perennemente bruciate dal sole, vuoi per la sua natura schiva e silenziosa, che faceva di ogni sua rara frase una specie di monumento al buonsenso. Andrea avrebbe voluto che la gente lo ascoltasse come faceva con Filo. Con attenzione e dedizione assolute. Filo non aveva bisogno di nient’altro se non di aprire bocca. Quando lo faceva, qualsiasi cosa gli stesse accadendo attorno si arrestava e il mondo faceva cerchio attorno ai suoi piedi, per godere del suo racconto. E se, in quel momento, Filo avesse semplicemente ruttato, la folla si sarebbe comunque sdilinquita e il giorno dopo tutti avrebbero discusso su quanto bello e tondo e profondo fosse quel rutto; se gutturale, di pancia o di diaframma. Andrea non provava rancore o invidia, anzi a Filo doveva molto, moltissimo. Era soprattutto grazie a lui che la Sommer Wind era arrivata a destinazione, in Croazia, partendo dalla Turchia e circumnavigando Grecia, Albania e Montenegro per dodici giorni di fila. E’ strano il legame che si crea tra due o piu’ persone quando si sta lontani dalla terraferma per un certo periodo. Ogni regola terrena perde alcun senso in mare; forse perche’ in mare non ci si puo’ nascondere. Per un attimo, Andrea provo’ quasi nostalgia per il suo mozzo. La barca senza di lui era vuota, incolore. Di sicuro a quest’ora si stava stringendo tra le chiappe candide di qualche puledrina croata e non si sarebbe fatto vivo per chissa’ quante ore. Provo’ una specie di risentimento, come se Filo avesse tradito non tanto lui, quanto la Sommer, fregandosene che fosse in balia del vento e delle acque limacciose del porto. Ma ecco un rumore, come un piccolo tonfo, seguito da passi cadenzati e morbidi e poi quello scricchiolio, all’altezza dell’ingresso alla cambusa, dove un’asse era leggermente divelta. Un suono inconfondibile e ormai famigliare, come il borbottio del caffe’ che riempie la moka la mattina. Eccolo, il suo mozzo. Non avrebbe potuto abbandonare la Sommer, neanche per la donna piu’ ferina e sconvolgente del mondo. I due non si guardarono nemmeno. «Forse è meglio passare qui la notte» disse Filo.
 «Sì. Bisogna solo scendere per riempire la cambusa». «C’è un campeggio a neanche un chilometro». «Bene».

VIII.

Azur stava disteso sulla sdraio e non pensava a niente.
 Gli occhi chiusi, si concentrava per lasciare fuori i rumori, tutti i rumori.
 Trattenne il fiato, finche’ le orecchie non cominciarono a pulsare.
 Il mondo attorno si fece attutito, al centro di tutto stava lui.
 Immagino’ di essere morto e di galleggiare nello spazio privo di materia e, per un istante, riusci’ a percepire solo il grande viadotto all’interno del suo corpo. Poteva quasi vederlo, il flusso e riflusso del sangue nelle vene.
 Ma non riusci’ a portare a termine il suo viaggio: qualcosa lo riporto’ di colpo alla realta’, concentrando tutta la sua attenzione sulla punta del pollice del piede sinistro.
 Una goccia. Una grossa e pesante goccia di pioggia.
 Sollevo’ la testa al cielo e lo vide in tutta la sua potenza: scuro, elettrico, pulsante di tempesta. Stava tutto li’, rappreso, pronto a esplodere. Gli alberi si piegavano sotto il vento, le foglie indorate da una luce che sembrava venire da un’enorme lampadina piantata al centro della sfera celeste. Non erano ancora le sette di sera ma già era quasi buio.

Irena, la ragazza sconosciuta, strinse forte la mano di Mark, il suo figlioletto. A ogni passo, il vento s’incanalava nelle pieghe del materassino di Spider Man producendo fischi tetri e prolungati.
 «Sta arrivando un bell’acquazzone!» esclamo’ il bambino, con un’enfasi poco sincera, giusto per sondare la reazione della madre. Lei sorrise brevemente, continuando a guardare avanti. 
Chissa’ se la tenda avrebbe retto. La osservo’ da lontano mentre si avvicinava affrettando il passo, ma non troppo. Era contenta che con lei ci fosse Mark.
 Un paio di mesi prima un suo amico era morto e, chissa’ perche’, dopo che era scesa la sera, lei non riusciva ad avvicinarsi alla tenda da sola. Aveva paura di trovarlo li’, il suo amico, orrendamente sfigurato, che voleva dirle ancora qualcosa.
 Sapeva che era un pensiero stupido, eppure ogni sera era la stessa storia. Doveva chiamare Mark, con una scusa qualsiasi, chiedergli di entrare in tenda con lei. Altrimenti non c’era verso, avrebbe dormito nel bosco piuttosto che entrare.

IX.

Il capitano aveva indosso il suo k-way di tela cerata e ora stava li’, a osservare il mare che s’ingrossava a vista d’occhio. 
«Forse conviene non lasciare la barca, per stanotte» fece Filo tirando una corda.

Da sotto la superficie dell’acqua, Nikolaj non aveva colto il cambiamento di luce intorno a se’, tutto intento a inseguire un piccolo polpo. Quando caccio’ fuori la testa, vide che il cielo era virato su un grigio plumbeo, screziato di viola e blu cobalto. 
Si guardo’ attorno, pronto per uscire. Non si era accorto di essersi spinto tanto al largo. Per evitare i bagnanti di meta’ pomeriggio, aveva camminato oltre la spiaggia dove, di solito, lo portava sua mamma, la spiaggia del camping. Voleva fare il bagno senza il costume, come aveva sempre fatto fino al giorno prima, fino a quando i grandi non avevano deciso che per lui era finito il tempo degli sguazzi a corpo libero come li aveva sempre conosciuti. A lui quella sensazione di liberta’ totale, di poter agitare il fringuello nella frescura salata del mare, lo faceva sentire vicino a un pesce. Felice. E che male ci poteva essere in sentirsi felici? Fece qualche bracciata, ma dovette fermarsi quasi subito. In un attimo il mare s’era ingrossato e a nulla valeva la forza dei suoi muscoletti. Non si muoveva di un centimetro.
 Un’onda lo travolse, spingendolo sotto. Bevve un po’ d’acqua ma la tossi’ fuori. Riprovo’ a nuotare. Ma tutto era cambiato e faceva un freddo porco, ora. Era come quando suo padre lo portava a fare il bagno nei laghetti di montagna, in Polonia. Non si sentiva in pericolo perche’ sapeva che sott’acqua c’erano altri pesci come lui.

Fu allora che un tuono squarciò il cielo in due.
 Dorotea aveva cominciato ad agitarsi da un pezzo. Nikolaj non tornava e sul Camping
 Danijel – bungalow con vista mare, si stava scatenando la tempesta del secolo.
 Erik rincaso’, formando una pozza sul pavimento. Si tolse la mantella e, dall’espressione grigia, Dorotea capi’ che non aveva trovato il bambino.
 «Forse e’ il caso di chiamare i soccorsi».
 Lei non disse nulla. Era paralizzata.
 Sobbalzo’ quando qualcuno busso’ alla porta, ma non s’illuse neanche per un secondo che fosse il figlio piccolo; Nikolaj non avrebbe mai bussato. Invece, Erik si trovo’ di fronte Irena, la ragazza madre col suo ragazzino.
 La donna farfuglio’ qualcosa in una lingua dell’est che pero’ non era la loro, e infatti non la capirono. La fecero accomodare, sembrava spaventata. Non appena fu al sicuro, la ragazza si lascio’ andare su una sedia che Dorotea si affretto’ a porgerle, con tutta la buona educazione che trasudava da ogni parte del suo grosso corpo. Era contrariata; avrebbe desiderato non avere un estraneo in casa, in quel momento di agitazione. Quella ragazza e suo figlio erano un impiccio, eppure non si sarebbe mai sognata di sbatterli fuori; probabilmente la loro tenda non aveva retto al vento e alla pioggia. Si domando’ acida come si potesse pensare di andare in campeggio con una tenda scadente quando si ha un figlio piccolo.
 Azur se ne restava spiaccicato sulla sua sedia. Sembrava inerme, indifferente a tutto, persino a quella bella ragazza infreddolita. Possibile che non sia minimamente in pensiero per il fratello? penso’ Dorotea, avvertendo un pizzicore fastidioso all’altezza dell’anca. Non le era mai capitato di vedere il figlio maggiore come lo stava vedendo adesso. Lo sguardo assorto, che aveva sempre interpretato come sinonimo di profondita’, le apparve vacuo, spogliato di senso, ridotto all’osso, ma si distrasse da quel pensiero versando del te’ caldo in una tazza per i nuovi ospiti. Chissa’ come sarebbe stato avere un’amica cosi’ giovane e bella come la ragazza madre.
 Infondo, non era male che fosse scoppiato il temporale, cosi’ aveva modo di far conoscenza con una buona amica, una ragazza, e bella. Gli occhi, poi, le caddero all’improvviso sui piedi di Irena. Fu allora che noto’ qualcosa che non aveva mai visto, un dettaglio: Irena aveva, sui piedi, due vistose protuberanze che sporgevano in fuori sul lato del pollice. Due cipolle enormi, cosi’ le chiamava sua nonna. Un difetto osseo. Incredibile che non l’avesse notato prima! Dunque quella creatura all’apparenza perfetta, poi cosi’ perfetta non lo era affatto. Dal nulla, senza preavviso, Dorotea prese a immaginarsela a letto con un uomo. La visione di quel difetto piccolo ma fondamentale rese la sua fantasia tutt’altro che erotica; anzi, quasi comica. Dorotea rise. Lo fece con tutto il corpo, tranne le labbra, e nessuno la vide.

Erik, intanto, si era tolto gli indumenti bagnati e guardava fuori dalla finestra, fisso in un’intercapedine della sua mente. Le braccia conserte, pareva non riuscire a prendere una decisione. Dorotea vide la figura del marito con la coda dell’occhio, mentre porgeva la tazza a Irena. La ragazza sorrise e torno’ subito splendida, senza cipolle, senza difetti. «E’ senz’altro il caso che chiamiamo qualcuno» sentenziò Dorotea, la voce innaturalmente calma. Si senti’ in dovere di spiegare all’ospite, gesticolando come un’ossessa per farsi capire, cosa stesse accadendo e quanto fossero preoccupati per il figlio minore che non tornava dalla spiaggia. Quando fini’ quel racconto agitato di mani, che aveva preso chissa’ perche’ una venatura leggera, come se fosse il racconto di una cosa successa ad altri oppure gia’ risolta, nel bungalow calò il silenzio. Dorotea provo’ vergogna per aver usato quel tono scanzonato. Doveva essere sembrata una madre insensibile, penso’. Irena ora la stava guardando senza una parola, ma il suo sguardo parlava da se’: Dorotea capi’ quanto fosse stupido e inutile quel quadretto da bon-ton rappreso, quanto dovessero apparirle piccoli e monotoni loro tutti, quanto fosse ridicola la scena nell’insieme, col te’ e le tazzine di ceramica e, fuori, la bufera; e quanto pretenzioso fosse il loro bungalow, blu mare con le finestre incorniciate rosso corallo, mentre suo figlio piccolo era la’ fuori e il piu’ grande stava rigido e immobile, condensato in quello sguardo vagamente morboso.

Basto’ un gesto, la mano di Azur che si allungava a prendere la propria tazza di te’ sul tavolo: i nervi le si unirono tutti in un fascio, concentrandosi nel braccio sinistro. Dorotea colpi’ il figlio maggiore sul dorso della mano con una potenza inaudita e feroce, una frustata negli intenti e nell’effetto. Gli occhi di Azur si accesero in un lampo, mostrando il loro vero colore, liquido, screziato di verde rame. «Mi fai schifo, Azur. Possibile che non hai un briciolo di preoccupazione per tuo fratello? Ma non provi proprio niente di niente, cazzo?! Razza di schifoso!». Gli si avvento’ contro, strattonandolo con gesti ampi, lenti.  Erik si scagliò sulla moglie, la prese per le braccia, ma lei aveva gia’ smesso di dimenarsi. Azur, aggrappato alla parete con tutta l’anima, non riusciva a dire niente, soffocato da tutte le cose che in vita sua avrebbe voluto dire e non aveva mai detto, perche’ lui di preoccupazioni ne aveva, e di pensieri e di emozioni, cosi’ feroci da stringergli il buco del culo, anche se ai suoi genitori tutto questo non l’avrebbe mai detto. Il peso di quella parola, schifoso, che sua madre aveva scelto tra tante, da quel giorno avrebbe avvelenato i suoi pensieri senza trovare spiegazione.

Fu in quel momento che la ragazza-madre, Irena, ritenne che la cosa giusta da fare fosse alzarsi e abbracciare Dorotea, che ora singhiozzava senza ritegno. Dorotea si sciolse tra le sue braccia e penso’ che poco importava di come fossero fatti i piedi della ragazza sconosciuta. Penso’ anche che le sue braccia si’ che lo erano, un posto confortevole, più del bungalow, più di ogni luogo in cui Dorotea avesse mai abitato.

X.

Il capitano stava per rientrare in cambusa, fradicio; aveva trovato un rifugio piu’ o meno ospitale per la sua Sommer, leggermente al riparo dalla violenza della bufera. La barca ondeggiava senza ritegno, ma riusci’ lo stesso a scorgere, tra le onde terribilmente increspate, una figura piu’ scura, piccola eppure cosi’ presente ai suoi occhi.
 «Filo, vieni qui!» dovette urlare, per coprire il frastuono e il buio. Filo gli prese il binocolo dalle mani, poi, senza dire niente, si getto’ in acqua, sparendo dal nero piu’ profondo.
 Riemerse appena dopo e Andrea lo vide fare un paio di bracciate e fermarsi, afferrando la figura nel mare. Man mano che si riavvicinava alla barca, essa cominciò a prendere forma sempre più chiaramente: si trattava di un bambino.
  Il capitano aiutò il suo mozzo a portare il ragazzino sulla barca. Sembrava semi-cosciente, gli occhi aperti, un po’ spauriti; Andrea prese una coperta, che gli avvolse intorno, perche’ il bimbo – noto’ con sorpresa – era completamente nudo. Un ragazzino cicciotto e nudo come un pesce. «Come ti chiami?» gli chiese Andrea appena furono tutti e tre al riparo nella cambusa.
  Il ragazzino non rispose.
  «Forse non parla la nostra lingua»
 disse Andrea.

«E’ sotto shock” rispose Filo.
 Il mozzo lo prese in braccio e con delicatezza lo appoggio’ sulla propria branda.
 Per le successive due ore, Filo curo’ il bambino senza dire niente e senza che questi emettesse una sola sillaba.
  Lo curo’ come si cura una capretta da allevamento, con gesti sicuri e privi di tenerezza, non per questo meno preziosi.
 Andrea stette di fianco a loro tutto il tempo, seduto, senza parlare. Si sentiva svuotato e inadatto, come gli capitava spesso in altre circostanze; ma stavolta sapeva di trovarsi esattamente dove doveva essere, sempre un po’ indietro rispetto agli altri, da parte; da li’ osservava stregato quei gesti d’affetto e cura, sapendo che non ne sarebbe mai stato capace.

Poco prima dell’alba il cielo si era aperto, con squarci di rosso che si diramavano tutt’attorno come un’esplosione di capillari.
 Nikolaj si era svegliato da una ventina di minuti, ed era rimasto immobile, in silenzio, a guardarsi in giro dalla branda sulla barca.
 Andrea lo trovò con gli occhi aperti. Gli sorrise.
 Filo, di fianco, stava steso sul legno, ritto eppure morbido, come se fosse adagiato sul materasso più comodo della Terra.
 Andrea prese Nikolaj per mano e scesero dalla barca. L’insenatura di notte non si vedeva, ma ora, con la prima luce, Andrea pensò a quant’erano stati fortunati a trovare per caso un posto tanto bello.

Nikolaj si levò la coperta di dosso che erano ormai a terra. Ancora non parla, pensò Andrea, ma non gli chiese nulla; il ragazzino gli sembrò tutt’a un tratto felice e questo, per ora, poteva bastare. Avrebbero fatto un bel bagno, magari nel giro di un paio d’ore il bambino si sarebbe tranquillizzato del tutto e gli avrebbe detto dov’erano i suoi genitori e come ci fosse finito, tutto nudo, in mezzo al mare in burrasca. Se poi non fosse andata cosi’, allora l’avrebbero accompagnato alla vicina capitaneria di porto.
 Andrea si senti’ all’improvviso sollevato.
 Penso’, guardando il ragazzino senza nome, che aveva proprio voglia anche lui di farsi un bel bagno senza costume, come quando era piccolo.

Quando vide il capitano prendere la rincorsa e gettarsi in mare, completamente nudo, con il fringuello e tutto di fuori, Nikolaj finalmente apri’ bocca, scoppiando in una risata tonda e liberatoria.

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