TRASPARENTE è un racconto lungo per over 14 pubblicato nel 2012 da Nobook.

Un bambino nasce con la pelle talmente sottile da mostrare il suo “di dentro”. Non c’è soluzione, se non allenarsi a non provare più niente attraverso una serie di esercizi quasi militareschi, talvolta crudeli. Fino a diventare insensibile, anzi, di cemento. Di seguito, il racconto integrale.

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TRASPARENTE

(copyright Nobook 2012)

Eugenio era il suo nome, ma nel villaggio tutti lo chiamavano: il bambino trasparente.

Era nato con la pelle talmente diafana, spessa non più di un foglio di carta velina, che si potevano vedere chiaramente organi, vene e venuzze, articolazioni, muscoli e ossicini del suo corpo. Inutile dire che il piccolo Eugenio suscitava moti di disgusto più o meno malcelati in chiunque lo incontrasse.

I genitori, dopo i primi mesi di accorata repulsione, l’avevano pian piano accettato, ricoprendolo di giocattoli di ogni tipo e costruendogli una grande camera colorata in cui potesse stare chiuso per ore, lontano dai loro sguardi. Invano avevano tentato consulti medici, terapie, sedute di psicanalisi dall’età di due anni: Eugenio era questo, un bambino trasparente che amava le bevande gassate e i pesci rossi comprati al luna park. Talvolta ne inghiottiva uno, di quei pesciolini color vermiglio, e poi si divertiva a vederli sbattere le code impazzite nel suo stomaco, tondo come una bolla di vetro, finché non morivano.

A scuola nessuno si sognava di giocarci assieme o di sedersi accanto a lui, dietro un subdolo divieto delle madri, così che insulti e scherni gli giungevano da lontano, come echi di fantasmi senza volto. Eugenio d’altronde era familiare alla solitudine, ci era nato, non gli sembrava strano sedere in ultima fila o da solo al tavolo della mensa. Soltanto qualche temerario, annoiato dai soliti compagni rivestiti di morbida pelle di bambino, lo usava come cavia per il gioco del dottore.

C’erano anche dei vantaggi nell’essere trasparenti: quando Eugenio si ammalava, non c’era bisogno di chiamare lo specialista perché si capiva chiaramente che tipo di morbo, virus o streptococco l’avesse infettato; così, con un semplice sguardo. Una volta, durante una lezione di Antroposcienze sui metodi agricoli, Eugenio si era infilato su per le narici due piccoli ceci, che si erano ben mimetizzati in mezzo alla flora appiccicaticcia del suo naso a patata. Per giorni, i genitori l’avevano portato dai dottori perché non respirava bene: rantolava, parlava con voce nasale, ma poi, quando si soffiava il naso, sul fazzoletto non restava nulla. Era tappato, certo, per colpa di quei due ceci color caffelatte che gli bloccavano l’ingresso dell’aria, ma chi poteva immaginarlo? Eppoi, come per magia, i due ceci avevano germogliato, le neopiantine voraci si erano scavate un tunnel su nei condotti respiratori fin quasi al cervello, propagandosi in tanti rametti d’un verde acerbo; e quando la fronte del nostro eroe si era ormai trasformata in un giardino botanico in miniatura, la mamma l’aveva messo a testa in giù e pizzicato con il pepe nero, finché, con uno starnuto potente, era schizzato fuori tutto, rami rametti germogli e foglioline comprese.

Insomma, la vita del piccolo Eugenio non era proprio semplice ma almeno non viveva all’età della pietra, dove tutti giravano nudi, contendendosi noci di cocco a colpi di clava. Nel suo secolo, la gente usava i vestiti. Indumenti di tutte le taglie con colori all’ultima moda erano stati inventati per ogni parte del corpo ancor prima che lui nascesse: sciarpe, cappelli, maglie, stivali, guanti e pinocchietti, cosicché Eugenio potesse farne la propria pelle, e nessuno fosse in grado di guardargli attraverso e di carpire i suoi pensieri.

L’estate era una vera seccatura: guanti e sciarpe erano impossibili da sopportare, con quel caldo infernale! Ma per fortuna qualcuno aveva inventato le vacanze: la scuola chiudeva e i bambini, inseguiti da mamme nervose, correvano al mare con palloni e secchielli. Eugenio aspettava che l’ultima automobile, stracarica di valigie e di salvagente, sparisse all’orizzonte col suo tubo scoppiettante di aria puzzolente; si spogliava completamente nudo e con urletti di gioia si gettava sul pavimento di marmo, appiattendosi come una sogliola per godere della frescura su ogni centimetro della sua pelle trasparente. Aveva letto sui libri di Fantageografia che esistevano animali simili a lui, meduse giganti con la pelle invisibile che vivevano nelle profondità degli oceani, rettili che cambiavano pelle, lasciando per strada la muta dai colori sgargianti che non andava più di moda per quella stagione pluviale. Su quei tomi il piccolo Eugenio fantasticava, immaginando un mondo dove ognuno poteva scegliere la propria epidermide ai grandi magazzini.

Tutto sommato l’infanzia era scorsa via senza troppi ostacoli, nascosto dietro gli abiti e nella sua cameretta. Ma il tempo delle fantasticherie passava veloce, e, quasi senza accorgersene, Eugenio si svegliò una mattina che aveva tredici anni. Niente fu più come prima. Ogni cosa si fece enorme, incontrollabile. Eugenio si sentiva preda di terribili angosce o gioie lancinanti; quando si trovava in presenza di alcune femmine della sua classe, oppure durante un’interrogazione, la morsa che gli attanagliava lo stomaco era talmente forte che non riusciva più a spiccicare parola, il suo corpo diventava duro come gesso e il sangue prendeva a ribollirgli davanti a tutti. Ogni parte del suo organismo cominciava a lavorare in preda a un vortice incontenibile: il cuore pompava il quadruplo, lo stomaco gli si attorcigliava come quello di una lumaca quando avverte il pericolo, i muscoli si contraevano in preda a spasmi e, in testa, il sangue gli affluiva come un torrente in piena che gira al contrario. Tutti a scuola lo prendevano in giro, e più lo schernivano più lui s’infuriava, imbarazzava, rattristava, e a ognuno di questi sentimenti il suo organismo rispondeva con un colore diverso. Non poteva nascondere nulla: dal rossore del viso la maestra capiva se era preparato per l’interrogazione; i bulli della classe sapevano se aveva paura di loro, anche se lui negava e tentava di atteggiarsi a duro; le ragazzine facevano a turno per stuzzicarlo a più non posso con bacetti e carezze, per capire, dalle reazioni incontrollate dei suoi organi, quale tra loro fosse la sua prediletta, per poi scappare come uno sciame di vespe, ridacchiando.

Eugenio, che intanto si era fatto lungo e secco come un fuscello, con mani e piedi grandi come due vanghe e il naso ancor più a patata di prima, si chiudeva nella sua enorme camera, che intanto aveva decorato a tema “giganti del mare”, e lì trascorreva i suoi pomeriggi, malinconici e opachi. I pensieri gli si aggrovigliavano in testa come nuvole di zucchero filato, in cui i sogni di bambino restavano intrappolati, microscopici insetti nella tela di un ragno. Rannicchiato, con indosso i vestiti dei quali non si sbarazzava più neanche quand’era solo, si chiedeva come mai a lui non successe come nei film, quando un mostro orripilante, buono come il pane ma allontanato da tutti per la sua bruttezza, incontrava una ragazzina cieca, bellissima, bionda, con occhi biancazzurri, che all’improvviso s’innamorava di lui proprio perché non poteva vedere com’era fatto.

A me questo non succederà mai, pensava Eugenio. Il mondo è cattivo, le persone hanno la pelle solo perché così è tutto più semplice: non devono preoccuparsi che gli altri gli leggano dentro, che vedano quando sei arrabbiato, deluso, oppure eccitato. Possono mentire, che tanto nessuno se ne accorge. Possono dire che sono forti, che non hanno paura di niente, perché la pelle è la corazza che nasconde il loro sangue che ribolle, il cuore che pompa all’impazzata, la vescica che si riempie di pipì per il terrore! Possono fare i duri davanti alle ragazze, perché quelle non vedono cosa gli succede dentro, quel groviglio di emozioni che ti trasforma lo stomaco in una voliera di uccelli impazziti! Io non potrò mai avere una fidanzata. Nessuna mi vorrà mai toccare. Nessuna mi vorrà neanche guardare…  Tali e tanti erano i pensieri nefasti dell’imberbe Eugenio.

Aveva trascorso i suoi primi tredici anni cercando in tutti i modi di essere simpatico, mite, allegro, per essere accettato da persone alle quali non sarebbe mai piaciuto. Quanto tempo sprecato! E fu così che, giorno dopo giorno, la tristezza si tramutò dapprima in rabbia, e poi in un sentimento cosciente, ragionato, addirittura placido. Eugenio doveva esercitare la mente a non provare più sentimenti, allenare il corpo a restare impassibile di fronte alla rabbia e al dolore, a mimetizzarsi come facevano gli altri con la loro pelle… In fondo, non era proprio la natura a insegnarlo? Le scimmie non avevano forse sviluppato il pelo per proteggersi dal freddo? Le tigri le zanne, con cui attaccare le prede e non morire di fame? I primi dinosauri le ali e le piume per poter volare? Se la natura non gli aveva donato la pelle rosa come agli altri esseri umani, allora si sarebbe inventato un modo per difendersi dal mondo. Così si disse il tredicenne Eugenio.

La sera stessa cominciò i suoi Esercizi.

Prima, iniziò con la Paura.

Decise di scendere in cantina, luogo misterioso e orrorifico che scatenava le fantasie più indicibili del nostro eroe, fin da quando era un bebè. Laggiù c’erano tutti gli attrezzi proibiti, appartenuti alla buonanima di suo nonno Guerino, che faceva il falegname. Bene, si disse Eugenio sulla soglia del tugurio, armato solo di una grossa torcia e del suo terrore. Deglutendo rumorosamente, avvicinò la pesante chiave di ferro rubata dal cassetto con l’etichetta delle “Cose da non prendere!”. Ma, prima di infilarla nella serratura incrostata di ruggine, si ricordò che doveva levarsi tutti gli abiti perché, da nudo, avrebbe potuto monitorare le reazioni di ogni parte del suo corpo, dalla cima dei capelli fino all’unghia del pollicione. Il primo tentativo fu un vero disastro. La cantina era polverosa e male illuminata, a ogni passo invisibili ragnatele gli si appiccicavano addosso come minuscoli capelli di strega. Eugenio riuscì ad avanzare di quattro o cinque passi, agitando la torcia a destra e a sinistra per non dar modo al buio d’impossessarsi per più di due secondi di ogni angolo della stanza. Fu quando alzò il fascio di luce su di una parete che il respiro gli si mozzò a metà trachea: sospesa sul muro, un’orribile sagoma inerte, senza gambe e senza mani, con un cappuccio che nascondeva chissà quale volto dai connotati alieni.

Eugenio scappò a gambe levate inciampando nei barattoli di vernice, corse su per le scale e s’infilò nel letto, aspettando che il mostro lo andasse a prendere. Dopo che i minuti ebbero pazientemente lenito il suo cieco terrore, Eugenio scalciò lontano le lenzuola che avvolgevano il suo corpo tremante, e con esse gli sembrò di strappare via da sé anche qualche grammo di paura. Osservando le sue braccia, i polsi e le mani, ebbe l’impressione di scorgere file ordinate di formiche camminargli nei tunnel delle vene, come tanti soldatini in marcia. Allora quello era l’aspetto della Paura! Tornò in cantina. S’infilò dentro e richiuse la porta alle sue spalle. Lentamente, sollevò il fascio di luce sulla parete, preparandosi ad affrontare la visione più spaventosa della sua vita.

Non ci poteva credere! Quanto si sentì stupido e felice quando vide che l’essere orripilante sospeso sulla parete altro non era che il vecchio, logoro e addirittura buffo impermeabile di nonno Guerino! Ogni cosa prese a svelarsi per ciò che era veramente: gli scricchiolii e i rumori sinistri improvvisamente non erano più passi di vampiri, ma le zampettate nervose dei topolini; i canini affilati di lupo ora erano soltanto i denti arrugginiti della grande sega circolare. Decise di fare un altro tentativo: spense la torcia e restò al buio, immobile e completamente nudo, ad ascoltare i suoi battiti che sembravano riempire la stanza come il rimbombo dei fuochi d’artificio in estate. Niente più lo preoccupava. Udiva solo il ritmo cadenzato del suo cuore, dal centro del quale immaginava diramarsi verso l’esterno una miriade di cavi elettrici che friggevano luminosi. Le formichine di prima li attraversavano in fila indiana, e una dietro l’altra si buttavano giù come dal trampolino di una piscina. Ogni formica che cadeva lo liberava da un granello di angoscia.

Nei giorni a seguire, Eugenio continuò i suoi Esercizi, aggiungendo di volta in volta nuove prove per sperimentare le reazioni del suo corpo. Non gli bastava resistere alla Paura, doveva sbarazzarsi di tutti i sentimenti, non doveva più provare niente.

La sera, dopo la tazza di latte, la madre lo riprendeva.

— Si può sapere dove vai anche oggi?

— Giù. In cantina.

— Non mi piace che vai lì.

— Lasciami in pace, mamma —. E lei non ribatteva. In cuor suo preferiva quando scompariva.

Eugenio apriva la porticina e scendeva le scale.

Provava un insolito piacere, adesso, a stare lì per ore, nudo sul pavimento.

I topi gli facevano compagnia, zampettandogli sul petto e correndo su e giù sulle sue gambe scheletriche. Aveva sdraiata di fianco a sé la vecchia mantella di nonno Guerino, cui aveva fabbricato una testa con due palle da ping pong al posto degli occhi, usando la sega circolare come bocca e un vecchio mocio per fargli una chioma. Quando si stufò, prese ad andare nel bosco.

— E cos’è questa nuova storia del bosco? È pericoloso di notte, lo sai.

— No, non lo so —, diceva lui.

— Tu non ci vai. Fine della discussione —.

— Allora fermami, se vuoi —, faceva lui, in tono serafico.

Silenzio.

— Ci vediamo domattina. Non preoccuparti per me, mamma.—

Eugenio imboccava la porta e si allontanava nel buio.

I genitori lo guardavano scomparire alla finestra, scuotendo la testa e stringendosi a vicenda. Anche se non osavano dirselo, i loro pensieri erano simili: Eugenio stava crescendo, e pian piano si ricongiungeva alle creature dell’ombra, dalle quali forse proveniva. Più che da loro.

Dopo che ebbe imparato il linguaggio dei lupi e la freddezza delle civette, Eugenio decise che era ora di conoscere gli esseri con cui si sentiva più affine.

— Che ti sei messo in testa, stavolta? — chiosò la madre quando lo vide uscire con indosso una muta da palombaro.

La porta si chiuse.

L’oceano di notte era popolato di strane creature, enormi pesci dalle facce subumane e piccoli cavallucci luminescenti. Eugenio s’immerse nell’acqua, densa e scura come petrolio. Si divertì un mondo a giocare con i dentici e a schivare le murene, e più andava in profondità e più le creature si facevano evanescenti, giganti e mostruose. Quando scovò un gruppetto di grosse meduse dalla pelle trasparente come la sua, si spogliò e le raggiunse, cercando di imitarne i movimenti fluidi e nuotando insieme a loro. L’oceano, dopo un po’, non era più così nero e spaventoso: era come se Eugenio non si fosse mai mosso dalla sua cameretta, solo che stavolta i pesci non erano disegnati, bensì si muovevano, danzavano, carezzandogli il dorso. E anche se propriamente non parlavano la sua lingua, lo intrattennero raccontandogli le più fantastiche storie della mitologia marina.

— Non so più che fare con questo ragazzo, Dottore. Adesso ha smesso di risponderci. Va, e basta. Chissà cosa fa per tutte quelle ore — diceva la madre.

— Non stia in ansia, signora mia. Con lui le abbiamo tentate tutte —.

E intanto Eugenio si lasciava sgocciolare in riva al mare, ridendo a braccia aperte verso il sole, mentre decine di granchietti lo pizzicavano dappertutto. Non sentiva più il Dolore, non aveva più Paura. Poteva essere tutto ciò che desiderava. Una creatura dei boschi, un essere marino, un reietto del sottosuolo. Aveva imparato a stare da solo, a guardare senza vedere, a vedere ciò che a tutti gli altri sfuggiva. Si era allenato a essere invisibile, immobile, inesistente. A percepire i genitori come ombre. Sagome offuscate di bocche, mani, fronti, schiene. Eugenio si sentiva pronto. Ma non era finita, non ancora.

Mancava l’ultima prova, quella finale, la Prova delle Prove.

S’iscrisse alla giornata degli “Scrittori alla ribalta” organizzata dalla sua scuola e da tutti gli istituti superiori della regione.

Il giorno della festa, il cortile era gremito di bambini vocianti, insegnanti e genitori. Tutti indossavano gli abiti da cerimonia. Le mamme, con grandi cappelli, prendevano posto nelle prime file sotto al palco, addobbato con tanti festoni con scritte tipo “La scuola ai bambini” e con palloncini colorati. Quando fu il turno della lettura di Eugenio, egli si presentò sul palco completamente nudo. Lo sgomento e l’orrore furono talmente grandi che nessuno, né il preside né il corpo docenti, ebbe il coraggio di muovere un dito. Davanti a un pubblico di mascelle spalancate e occhi sbarrati, il nostro eroe lesse con voce chiara e senza alcuna esitazione il suo scritto. Un racconto divertente, pieno di fantasia e di talento.

Eugenio leggeva e leggeva, e più andava avanti più si sentiva leggero, indifferente, quasi felice. Era dentro al suo racconto, con mani e piedi, come in una grossa torta al cioccolato fondente. Ce l’aveva fatta! Non provava più Vergogna. Era lì, di fronte a tutti, ma era anche da un’altra parte, in un mondo dove non contava come fosse fatto… Fu quando si avvicinò l’ultimo capoverso che la ragazzina Penelope, dalla fila in fondo al cortile, cominciò a sentir crescere nella pancia un fastidioso movimento. Eugenio stava per concludere il racconto. Non aveva mai ceduto alla curiosità di guardare sotto il palco, ma sulla penultima riga la tentazione fu troppo forte. Sollevò appena gli occhi dal foglio, il tempo di una sbirciatina senza perdere il filo della lettura. Dal blocco compatto del pubblico raggelato vide qualcosa prendere forma e sgusciare all’esterno.

Un vestitino blu e due trecce nere, legate ai lati. Il volto quasi cianotico di… Penelope! Nell’istante di un getto incontrollato, le dodici tartine al tonno e cetrioli, rubate con abilità dal bancone dei genitori e insegnanti, si lanciarono fuori ancora quasi intere dalla bocca impertinente della ragazza più carina della scuola. Come un’onda anomala, la prima risata contagiò tutta la platea. Tutti trasformarono il nervosismo e l’incredulità degli ultimi minuti in grasse, volgari, panciute risate.

Eugenio ebbe la sensazione che qualcosa scivolasse via dal suo corpo. Si trasformò in un istante nella rappresentazione chimica della Vergogna più nera. Il sangue cominciò a bollirgli dentro e il suo volto, irrigato di sangue, si tinse d’un porpora acceso. Vide i propri genitori, in quarta fila, sgattaiolare via come ladri, convinti di riuscire a nascondersi dietro gli altri adulti che si sbellicavano senza ritegno.

Gli occhi di Eugenio si riempirono di lacrime di rabbia. Saltò giù dal palco e fuggì via.

Eugenio attraversò il paese correndo, passò i boschi, superò la pianura, finché si trovò al porto. Era esausto. Tutti quei mesi di duro allenamento alla fine non erano serviti a niente. Per ore restò immobile a osservare i traffici sulla banchina di barche e navi. Mozzi dalla pelle indurita dal vento pulivano con foga, scrostando i pavimenti lisi dei barconi. Mercanti e marinai urlanti si affannavano a misurare e mostrare enormi pesci, collane, mordevano perle, sputacchiavano pezzi di sigaro. Sopra le loro teste, minacciosi container in ferro dondolavano pericolosamente, agganciati a grossi uncini arrugginiti.

Fu nel vederli che Eugenio realizzò cosa avrebbe fatto.

Non appena si fece notte scavalcò le recinzioni, camminando lesto verso alcuni container adagiati al suolo. Eugenio infilò dei guanti fatti con una lega speciale e indossò dei calzari ai piedi. Si fasciò alcune parti del corpo, specie quelle in corrispondenza delle giunture, e inforcò degli occhiali da saldatore. Poche ore prima aveva notato che alcuni container trasportavano vasche di cemento liquido. Osservò quel denso magma grigio e, trattenendo il respiro, ci s’immerse fino alla testa. Quando ne uscì, era diventato un bambino di cemento.

Grazie alle bende, ai calzari e ai guanti, le parti del corpo che erano rimaste protette potevano muoversi. Si liberò del superfluo e mosse i primi passi. Era davvero dura, con tutto il peso del cemento appiccicato addosso, ma si sarebbe dovuto abituare alla sua nuova pelle. Con passi lenti da gigante superò una serie di docks, e se solo avesse potuto avrebbe urlato per l’orrore, trovandosi specchiato in uno dei finestroni. Raccolse da terra un pennarello rosso, di quello che i pescatori usano per segnare il peso delle prede marine, e dipinse sul suo nuovo volto una sottile linea curvata in su, che gli avrebbe conferito un’eterna espressione felice. Ma, sotto la corazza, il giovane Eugenio felice non era affatto.

Quando arrivò in paese, dopo quattro giorni di estenuante cammino, le reazioni della gente furono di puro sgomento: un mostro di pietra! Il nuovo Eugenio era ancora più orripilante di prima. Mentre avanzava a testa alta, osservando dai due spioncini che aveva ritagliato in prossimità degli occhi, Eugenio si rendeva sempre più conto della stupidaggine che aveva compiuto. Di fronte a quell’omino grigio dall’espressione immobile, sempre uguale, i bambini scappavano urlando, signore ben vestite e ragazzine strillavano con voci da arpia, gli uomini raggelavano. Persino i cagnetti al guinzaglio presero a ringhiare e a girare su se stessi, impazziti.

Eugenio cominciò a piangere sotto la sua armatura. Pianse così tanto che, al suo interno, le lacrime salate rischiarono di annegarlo. Lemme lemme tornò a casa. I genitori non c’erano, la casa era vuota. Eugenio si sentiva stanco, così stanco… Non voglio più nascondermi, fu il suo ultimo pensiero della giornata. Si coricò a fatica sul lettino e il blu acqua delle pareti lo avvolse con tutto il calore che da tempo non sentiva più. Poi chiuse gli occhi per dimenticare il mondo e dormì come un sasso per ventun ore.

Al suo risveglio, Eugenio provò una sensazione di appiccicaticcio. Strano, pensò, mi sento più leggero… Non ci mise molto a capire perché: Il cemento che lo ricopriva, e che sperava l’avrebbe protetto dai giudizi dell’umanità, si era completamente sciolto, colando al suolo con tutte le sue lacrime. Sollevò un braccio per tastarsi il volto e si tastò le guance, il naso, i capelli. Stupito da quella liberazione, all’inizio non fece caso all’altra più grande mutazione. Quando lo sguardo gli si posò sulla propria mano, una scarica di pura gioia, come il rumoroso volo di falene notturne, gli attraversò in lungo tutto il corpo. Ma per la prima volta non la poté vedere attraverso la pelle, perché le dita, il palmo, il dorso avevano ora un colore: un rosa sbiadito, il rosa degli umani. Sollevatosi dal letto si guardò meglio: non solo le mani ma le braccia, le gambe, i piedi, tutto era ricoperto di pelle! Bianca, porosa, morbida pelle…

Eugenio saltò giù e, ridendo, prese a correre per tutta la casa. La felicità era incontenibile. Rotolò sul pavimento, saltellò sul divano, urlò a pieni polmoni. Era un ragazzo come gli altri! Tutto quel tempo, quella sofferenza… Bastava solo pazientare! Era diventato grande e si era meritato una pelle tutta sua: ora il mondo l’avrebbe riconosciuto.

E mentre gioiva senza ritegno, ballando e saltando in quel corpo rosato con cui ora si poteva specchiare, una domanda gli balzò alla mente: cosa è cambiato? E soprattutto, cosa cambierà? Forse… Forse tutto ciò che aveva appreso dai suoi Esercizi poteva non essere vano. Eugenio non sarebbe mai stato come gli altri. Lui era meglio. Aveva imparato a non lasciarsi sopraffare dai sentimenti, a non provare più niente. E questa era un’arma, la più potente.

Nessuno in paese vide la trasformazione di Eugenio, il bambino trasparente. Quella stessa notte, fece un fagotto con le sue poche cose e lasciò la casa vuota in cui era cresciuto, senza voltarsi indietro e senza provare anche solo un briciolo di tristezza. Abbandonò il paese che l’aveva rifiutato ed entrò a testa alta nel resto nel mondo.

Nessuno seppe più niente di lui. La sua storia diventò leggenda. Qualcuno, ancora oggi, racconta che vive lontano, in una città dalla parte opposta del mondo dove un architetto molto famoso gli ha costruito un’enorme villa che riproduce alla perfezione i fondali oceanici, con grosse vetrate trasparenti. Un pescatore si azzarda a dire di averlo visto nelle profondità del mare con grandi pesci pieni di squame. Alcuni sostengono che sia diventato un importante politico, uno dei più potenti al mondo, ma che con i vestiti addosso nessuno lo può riconoscere.

E cosa importa, in fondo? Nel suo villaggio tutti ancora lo ricordano come: il bambino trasparente.